Ogni organizzazione si racconta con il sito, i materiali, i video, i profili social e i documenti pubblici. Quasi sempre quel racconto dice che cosa fa e tace ciò che la distingue: il modo in cui lavora. L'audit narrativo misura questa distanza e la mette per iscritto.
L'inizio è sempre una lettura condivisa.
Per aziende, istituzioni e organizzazioni che lavorano bene ma si presentano con le stesse parole di tutti: un'impresa che usa il lessico dei concorrenti, un ente che parla con il linguaggio delle procedure, un'associazione che fatica a far capire la propria causa.
Sito, social, cataloghi, documenti, video e fotografie vengono letti come li legge chi non conosce l'organizzazione.
Una giornata intera tra reparti, uffici o sedi, senza questionari e senza interviste concordate: si osserva il lavoro e si lascia parlare chi lo fa.
Il confronto tra ciò che l'organizzazione pubblica e ciò che sul posto si vede diventa un documento scritto.
Un incontro di un'ora e mezza con chi la guida. La diagnosi è un'ipotesi: l'incontro serve a verificarla con chi ci lavora.
Non è un questionario né un'indagine di clima. Non impegna ad alcun incarico successivo.
Una persona di riferimento, l'accesso agli spazi di lavoro per una giornata, un'ora e mezza di chi decide.
Tre settimane dall'incarico alla presentazione.
È una lettura dello stato attuale del racconto di un'organizzazione: che cosa dice di sé, come lo dice, dove c'è coerenza e dove frattura. Si chiude con una diagnosi scritta e una direzione.
Si leggono i materiali esistenti, si passa una giornata sul posto, si scrive la diagnosi e la si discute con chi guida l'organizzazione.
Sì. Cambiano i materiali, per esempio comunicazioni ai cittadini, rendiconti o progetti finanziati, ma il metodo resta lo stesso. Per gli enti pubblici sono iscritto al MePA e alla piattaforma Sintel di Regione Lombardia.
Se ha senso, la diagnosi diventa un progetto e il progetto un presidio. Un passo alla volta, fin dove serve.
Trenta, quaranta minuti per leggere il contesto e l'esigenza.